Soffiò!
Domenica di Pentecoste – Anno A
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-23 )
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
I discepoli sono sotto chiave. Chiusi nel cenacolo, sbarrati nella paura, sigillati nel disperato bisogno di proteggere quel che resta della propria pelle.
Hanno camminato con Gesù, hanno visto i miracoli, hanno ascoltato le parole che incendiavano il cuore, hanno persino toccato le ferite del Risorto. Eppure, la Pasqua non sembra ancora bastare. Restano immobili. Paralizzati in una modalità di pura sopravvivenza.
Ed è esattamente in questa casa che irrompe lo Spirito. Gesù soffia su di loro.
Questo soffio è un atto cosmico. È il brivido della Genesi, quando Dio soffiò il respiro della vita nel fango.
A Pentecoste assistiamo a una vera e propria nuova creazione, ma con un paradosso straordinario:
- nella prima creazione, Dio separa: divide la luce dalle tenebre, la terra dalle acque, il cielo dal mare. Mette ordine per rendere il mondo abitabile (Gen 1-3).
- a Pentecoste, il soffio fa l’esatto contrario: porta scompiglio.
Un vento impetuoso si abbatte sulle loro certezze, scuote le pareti, destabilizza l’equilibrio artificiale che si erano costruiti. Lo Spirito non bussa, scardina. Rompe le porte blindate, frantuma le paure, distrugge quell’ordine geometrico che i discepoli avevano eretto per difendersi dalla realtà.
Spesso il nostro ordine, la nostra tanto cercata stabilità, non è vita. È solo anestesia. È l’illusione di salvarci da soli, il rifiuto di rischiare pur di non soffrire.
Lo Spirito, invece, è il motore dell’imprevedibile. Prende una comunità arroccata e la trasforma in una Chiesa in uscita. Prende uomini terrorizzati e li muta in annunciatori audaci. Chi voleva disperatamente conservare la propria vita capisce, finalmente, che l’unico modo per non perderla è donarla.
Il segno più dirompente di questo vento non è un’estasi mistica, ma un fatto relazionale: ciascuno comprende l’altro nella propria lingua. Qui si gioca la vera svolta, l’antidoto definitivo alla tragedia di Babele.
A Babele l’uomo voleva scalare il cielo, “farsi un nome” (Gen 11,2), bastare a se stesso. Il risultato dell’egocentrismo è stato il collasso della comunicazione: le lingue si confondono, l’altro diventa un estraneo, la vicinanza si trasforma in isolamento.
A Pentecoste accade l’inverso. Gli uomini smettono di scalare il cielo e si lasciano attraversare dal soffio di Dio. E in quel momento le distanze si azzerano, i cuori si incrociano, le storie si connettono.
Questa è la vera pace cristiana. Non una tregua fragile fatta di silenzi diplomatici o di distanze di sicurezza, ma la capacità di uscire da sé per ascoltare l’altro.
Lo Spirito Santo è un direttore d’orchestra che armonizza. Non cancella le differenze della nostra storia, della nostra lingua o della nostra sensibilità; le trasforma in uno spazio di comunione.
Oggi siamo noi a vivere spesso in quel cenacolo con le porte chiuse. Abbiamo un disperato bisogno di questo vento impetuoso. Ci serve la pace del Risorto, non per sentirci tranquilli, ma per trovare il coraggio di testimoniare.
Solo lo Spirito può riaccendere i cuori spenti dalla routine.
Solo lo Spirito può ridare vigore ai desideri che abbiamo soffocato per paura di fallire.
Solo lo Spirito può rimettere in cammino passi bloccati da troppo tempo.
Quando Dio soffia, non esiste porta che possa restare chiusa!